IDEA ROM ONLUS

c/o Centro Studi Sereno Regis

Via Garibaldi 13 - 10122 Torino (TO) - ITALY

 

Targa d’Onore del Presidente della Repubblica per l’opera tesa all’integrazione sociale della propria comunità

 

I nostri progetti sono a "pensiero ed azione Rom" perchè ideati e realizzati  direttamente da Rom.

Collaboriamo con chiuque sostenga la nostra partecipazione diretta alle decisioni e ai percorsi di cittadinanza attiva che ci riguardano.

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A TORINO NASCE IL TG ROM

Da sabato 7 maggio sarà online su www.tgrom.it

Parte il “Tg Rom“, progetto finanziato dalla Compagnia di San Paolo, nell’ambito del “Bando Giovani, iniziative a favore della popolazione giovanile”, che si propone di “prospettare ai giovani Rom un processo di cittadinanza attiva e di partecipazione alla vita sociale, di stimolare il senso di responsabilità e sviluppare elementi di innovazione nell’approccio al mondo Rom”.

 

Si tratta di un telegiornale via web, una testata che vedrà nel comitato di redazione gli ideatori del progetto, l’associazione “Idea Rom Onlus”, con la collaborazione di giornalisti professionisti, e dei giovani rom che saranno i redattori del telegiornale sotto la responsabilità di Vesna Vuletic.

 

Tg Rom avrà inizialmente una cadenza quindicinale, ma l’obiettivo è diventare ben presto un settimanale. Abbiamo già in mente alcuni servizi, delle inchieste, ma punteremo anche sulla cronaca e sulle interviste.

 

«È un’iniziativa unica in Italia, mentre è già diffusa in diversi Paesi europei – ha spiegato Vesna Vuletic, presidente di Idea Rom – e si propone principalmente di dare voce anche a noi Rom. Tutti parlano dei Rom, a cominciare dalla politica, ma spesso la nostra voce è l’unica che non si sente. Siamo identificati come quelli che vivono nei campi, un elemento negativo della società ma non è così».

«Molti di noi lavorano, pagano le tasse, fanno volontariato, i nostri bambini studiano ma spesso crescendo si trovano di fronte a dei muri», aggiungono da Idea Rom. «La nostra associazione vuole proprio evitare che si alzino muri e questo si può fare attraverso una reciproca conoscenza», conclude Vesna Vuletic.

 

Chi voglia candidarsi a fare il reporter del TG ROM deve compilare e farci avere la seguente scheda:

Modulo iscrizione aspiranti reporter
Compilare e consegnare in via Garibaldi 13 - 10122 Torino
IDEA ROM_TG ROM Piemonte-scheda iscrizio
Documento Adobe Acrobat 293.6 KB

S.E.R.Co.

Supportare lo sviluppo dell’imprenditoria sociale per l’integrazione dei Rom

Idea Rom Onlus è partner nella realizzazione del progetto SERCo – Social Entrepreneurship for Roma Communities, coordinato dall’Università del Pireo (Grecia), in collaborazione con ERIO – European Roma Information Office (Belgio), FOUR ELEMENTS (Grecia), CESIE (Italia), FPC – Fundació Privada Pere Closa (Spagna), AMALIPE – Center for Interethnic Dialogue and Tolerance (Bulgaria), AEPMR – Association for Lifelong Learning in Rural Areas (Romania), TMAF – Tolerance and Mutual Aid Foundation (Bulgaria).

 

 

 

Il progetto SERCo è biennale ed è co-finanziato dal Programma Europeo Just 2014-2020 che promuove attività di cooperazione, scambio di buone pratiche, sviluppo di strumenti informatici, attività di sensibilizzazione, divulgazione, conferenze, sostegno ad attori fondamentali, attività analitiche, attività formative e di apprendimento reciproco.

 

 

 

Nello specifico, il progetto rientra nel bando volto a co-finanziare progetti transnazionali per lo sviluppo e  di azioni e strategie inclusive e integrate che stimolino lo sviluppo di politiche innovative, il dialogo e lo scambio di conoscenze per l’integrazione dei Rom.

 

 

 

Con il progetto si vuole promuovere l’economia sociale come strumento per le strategie di inclusione sociale dei Rom a livello nazionale e comunitario. Quindi promuovere e rafforzare le capacità e il supporto individualizzato per la sostenibilità dell’impresa sociale nelle comunità Rom, fornendo loro le competenze necessarie per supportare la pianificazione, l’istituzione e il funzionamento delle imprese sociali all’interno delle proprie comunità.

 

 

 

SERCo incoraggia l’apprendimento reciproco, lo scambio di buone pratiche e la collaborazione tra tutte le parti interessate, con particolare attenzione alle comunità Rom, responsabili politici, autorità pubbliche e organizzazioni della società civile.

 

 

 

Durante i 2 anni del progetto SERCo, si produrranno i seguenti risultati:

 

  • Relazione sull’Analisi dei bisogni
  • Mappa dell’Imprenditoria Sociale all’interno delle comunità Rom
  • Compendi pratici relativi a barriere istituzionali all’imprenditorialità sociale e di creazione di idee d’impresa applicabili all’interno delle comunità Rom
  • Linee guida e Raccomandazioni politiche imprenditorialità sociale all’interno delle comunità Rom
  • Due cicli formativi per mediatori Rom, mentoring con potenziali imprenditori sociali Rom: apprendimento reciproco e flessibile (Moodle) e 4 moduli formativi
  • L’apprendimento reciproco e lo scambio di buone pratiche: 6 tavole rotonde sullo scambio di buone pratiche

 

 

Il progetto SERCo sta sviluppando l’analisi e la valutazione comparativa dell’impatto dell’economia sociale all’interno delle comunità Rom con la redazione di raccomandazioni politiche specifiche a livello nazionale e comunitario.

 

 

 

Successivamente si svilupperanno le linee guida che promuovono iniziative di economia sociale nelle comunità Rom e un programma di formazione per mediatori Rom.

 

 

 

Per ulteriori informazioni sul progetto, contattateci a questo indirizzo e-mail: idea.rom@gmail.com

 

RICONOSCIMENTO MINORANZA ROMANI': CONFERENZA STAMPA ALLA CAMERA DEI DEPUTATI

11 febbraio 2016 - Presentata alla Camera dei Deputati la ricerca sulle rappresentazioni sociali del Romanès, la proposta di legge statale per il riconoscimento della lingua romanì, il modello di proposta di legge regionale per le comunità Romanès.

Grazie a tutti coloro che hanno unito le proprie forze per realizzare questa importante e significativa iniziativa.

 

Link al testo completo della proposta di legge nazionale

PROPOSTA DI LEGGE REGIONALE

ISTITUIRE UN OSSERVATORIO ED UN GARANTE PER LA MINORANZA ROMANI' IN PIEMONTE

Negli anni '80 e '90 undici regioni Italiane hanno prodotto leggi regionali per le comunità romanès, tutte identiche, che nella loro impostazione non hanno prodotto i benefici sperati per le motivazioni che illustriamo di seguito.

 

Qualche mese fa la Regione Emilia Romagna ha approvato una legge per le comunità romanès in linea con il modello della precedente legge del 1988 ed altre regioni sono intenzionate a percorrere questo disastro documentato.

 

 

Il rischio di un altro disastro per le comunità romanès è concreto.

 

 

Una legge regionale per le comunità romanès è essenziale, ma è indispensabile evitare di ripetere gli errori del passato, e cercare uno schema di riferimento per la redazione di specifiche leggi regionali basato su considerazioni generali e trasversali circa la natura e i limiti delle leggi regionali in vigore o di recente abrogate, limiti che emergono dall'analisi degli esiti delle loro applicazioni.

 

 

Da qualche mese le associazioni LEM Italia, Fondazione Romanì Italia, Idea Rom Onlus, Lav Romanò, Romanipè Palermo, Eugema Onlus, singoli attivisti ed alcuni docenti di diverse Università degli studi, dopo aver definito e depositato il progetto di legge nazionale n. 3162 per il riconoscimento della minoranza romanì, sono impegnati nella definizione di un modello di proposta legge regionale per le comunità romanès.

 

 

La nostra attività ha portato alla stesura di una bozza di proposta di legge regionale che propone un metodo, una visione, un impianto testuale che vogliamo condividere e confrontarci con il maggior numero possibile di persone ed organizzazioni al fine di poterla definire con Vs. contribuiti e/o critiche.

 


Premessa

 

La presente proposta di legge intende essere uno schema di riferimento per la redazione di specifiche leggi regionali che tengano conto delle particolarità territoriali. Essa si basa infatti su considerazioni generali e trasversali circa la natura e i limiti delle leggi regionali in vigore o di recente abrogate, limiti che emergono dall'analisi degli esiti delle loro applicazioni.

 

 

Quanto proponiamo in questo documento è quindi soprattutto un metodo, una visione e un impianto testuale. Inoltre, questa proposta è in linea con una nostra proposta di legge, questa volta statale, per il riconoscimento della minoranza romanì come minoranza linguistica storica, in attuazione dell'art. 6 della Costituzione della Repubblica italiana.

 

 

Una nuova proposta è giustificata solo se si fonda sull'insoddisfazione rispetto all'esistente. In Italia esiste un corpus abbastanza nutrito di leggi regionali sui rom, variamente denominati (rom, zingari, nomadi, seminomadi ecc.), che sono state varate soprattutto nella seconda metà degli anni '80 e che oggi cominciano a essere abrogate e talvolta sostituite con nuove norme: Lazio (1985), Sardegna (1988), Emilia-Romagna (1988), Friuli Venezia Giulia (1988), Lombardia (1989), Veneto (1989), Umbria (1990), Piemonte (1993) Toscana (2000), Provincia autonoma di Trento (2009). La vicinanza temporale tra tali leggi lascia immaginare una comune temperie ideologica alla base delle stesse, e in effetti l'analisi dei documenti conferma alcune costanti sia a livello di organizzazione testuale sia a livello di formulazione di contenuti.

 

 

La costante più significativa è certamente l'equivalenza (ora implicita ora esplicita) tra «cultura rom» e «nomadismo». Questa equivalenza si lega a un'errata denominazione e rappresentazione etnica (quella riferibile all'idea che, per l'appunto, i rom siano una popolazione «nomade»), che ha condizionato la stesura dei testi normativi e giustificato politiche differenziate, segreganti ed assistenzialistiche.

 

 

Tale equivalenza ha portato infatti a ridurre in tali testi normativi la salvaguardia della cultura rom alla tutela del diritto al campo di sosta, solo in subordine incentivando le attività di artigianato tradizionale.


A questa impostazione di fondo si aggiunga la mancanza di qualsiasi riferimento alla lingua romanès – tout court e a fortiori come elemento centrale della cultura rom. Viene quindi da chiedersi cosa rimanga della cultura rom una volta archiviata la pratica del nomadismo.

 

 

Un'altra costante di rilievo di tutti questi testi legislativi regionali è la previsione della creazione, da parte della Giunta regionale, di una Consulta regionale con compiti di consultazione e previsione / messa in opera di progetti volti a favorire l'inclusione sociale dei rom. Ora, quest'organo di consultazione e progettazione risulta essere composto da membri di nomina politica a opera della Giunta regionale stessa ed esclude sistematicamente la presenza della comunità scientifico-accademica (si parla genericamente, tutt'al più, di «esperti su problematiche dei nomadi», in ogni caso designati dalla Giunta regionale). Dato tale assetto, è evidente la mancanza di indipendenza e di terzietà di tale organo, cui si aggiunge la mancanza della valutazione scientifica ex post delle politiche attuate.

 

 

La conseguenza di queste distorsioni, mancanze e incomprensioni è che queste leggi, nel corso degli ultimi trent'anni, non hanno portato ai risultati sperati. Hanno consentito sì l'attuazione di numerosi progetti, talvolta validi, ma non hanno generalmente portato a soluzioni durevoli, strutturali, sostenibili e trasferibili e quindi a un miglioramento della qualità della vita delle comunità romanès.

 

 

In altri termini, la confusione e la scarsa o deformata conoscenza della minoranza romanì (pochi e poco precisi sono i dati riguardanti, ad esempio: la numerosità delle varie comunità rom e sinte; il loro grado di vitalità e il livello di trasmissione linguistico-culturale al loro interno; l'archivio storico dei progetti sulle comunità romanès e la valutazione rigorosa delle politiche messe in atto) ha impedito una seria diagnosi delle problematiche interne ed esterne a tale minoranza.

 

 

Ed è più che ragionevole ritenere che, quando la diagnosi non è possibile o è imprecisa, la terapia difficilmente può portare a un miglioramento delle condizioni di esistenza della minoranza romanì, come del resto di qualsiasi comunità. Guardando retrospettivamente al corpus di leggi regionali sui rom, si ha l'impressione che esso abbia più che altro contribuito a cristallizzare un'idea (deformata) della minoranza romanì rendendola vieppiù opaca e impermeabile alla dialettica sociale e culturale:

 

 

a) il mancato riconoscimento come minoranza linguistica storica ha contribuito a escludere la lingua romanì da qualsiasi politica volta all'inclusione dei rom e a favorire l'alienazione culturale della minoranza romanì;


b) l'elaborazione di politiche differenziate e la costruzione dei campi, luoghi per loro stessa natura portatori di opacità, ha accentuato la separazione della minoranza romanì nei confronti del tessuto socio-culturale circostante;


c) la scarsa e troppo spesso dequalificata partecipazione civica dei rom ai processi decisionali ha comportato la loro deresponsabilizzazione e quindi, di fatto, la loro esclusione dai processi stessi.

 

 

A queste derive opacizzanti ed escludenti occorre contrapporre oggi un approccio conoscitivo e dialettico che può riassumersi nelle parole-chiave riconoscimento, partecipazione, responsabilizzazione:

 

 

a' e b') Per riconoscimento intendiamo il riconoscimento della personalità culturale della comunità romanì, intesa non già come «comunità nomade» ma come «comunità linguistica di minoranza». Le politiche culturali devono oggi declinarsi principalmente nella direzione dello studio e della trasmissione del romanès alle nuove generazioni, affinché il patrimonio memoriale e narrativo della comunità contrasti la perdita d'identità foriera di disistima e, quindi, di devianza. Inoltre, lo studio del romanès (da intendersi come sistema linguistico unitario pur se articolato in diverse varianti), del suo lessico come della sua struttura, può contribuire a cogliere elementi non secondari della storia e della mentalità, della visione del mondo della comunità romanì, e quindi a favorire la dialettica sociale, culturale e politica con e all'interno di essa. Inoltre, per riconoscimento intendiamo anche il superamento non solo del concetto segregante e opacizzante di «campo», ma anche di quello, recentemente proposto, di «microarea», quando quest'ultima sia appannaggio esclusivo della comunità romanì e non generalizzato all'insieme della popolazione di un dato territorio bisognosa di alloggio.

 

 

c') Per partecipazione intendiamo una partecipazione attiva e qualificata dei rom nei vari processi consultivi e decisionali, laddove per «qualificata» si intende dotata di conoscenze-competenze professionali e requisiti morali. Questa partecipazione e il riconoscimento sopra indicato sono momenti di un unico movimento che si completa con la responsabilizzazione dei rom i quali diventano artefici del proprio destino e della difesa della propria identità nel pieno e aperto dialogo con il tessuto sociale e culturale del territorio in cui si trovano a vivere.

 

Alla luce di queste considerazioni, la nostra proposta di legge regionale è principalmente incentrata sulla creazione di un Osservatorio territoriale partecipativo sulle e delle comunità romanès che venga a compensare tutti i deficit conoscitivi e di partecipazione sin qui evidenziati, attraverso la creazione di sinergie virtuose e strutturali tra la sfera della pubblica amministrazione, la comunità scientifica, la società civile, la minoranza romanì.

 

 

Tale Osservatorio non dovrà ripetere gli errori della Consulta regionale. Struttura indipendente, quindi non di nomina politica, dovrà riservare uno spazio importante ai rappresentanti sia della comunità scientifica sia della minoranza romanì, attraverso il concetto di partecipazione attiva e qualificata da parte di questi ultimi. Inoltre dovrà non solo occuparsi di progettazione ma anche di valutazione delle politiche messe in opera, contribuendo così a un loro costante, sistematico monitoraggio, aggiornamento e miglioramento, anche grazie allo scambio di informazioni e buone pratiche con altri simili osservatori regionali. L'Osservatorio, infine, non dovrà avere la gestione diretta dei finanziamenti che saranno accantonati ai sensi di detta legge.

 

 

Il portavoce del OTP – Osservatorio Territoriale Partecipativo - è il Garante regionale dei diritti-doveri delle comunità romanès con ruolo e poteri definiti da questa legge per un'attività continua sia di vigilanza e di monitoraggio dei diritti fondamentali, sia di valutazione delle iniziative e dei progetti di interazione-integrazione culturale delle comunità romanès.

 

 

Infine, la creazione dell'Osservatorio risponde a una forte e generalizzata domanda di memoria storica. Nella contemporaneità “globalizzata” quest'ultima appare ridotta in brandelli funzionali al sapere economico.

 

 

La memoria storica come fonte di conoscenza non è stata produttrice di sapienza: l’uomo, impegnato nelle sue guerre politiche, religiose, territoriali ha dimostrato di non aver imparato ad evitare ciò che nel passato lo ha penalizzato. Non è importante solo ciò che si ricorda o l’atto di ricordare in sé: il nodo fondamentale è il motivo consapevole che porta un uomo a porsi davanti al passato e alla storia, cercando di trarre da essa una strategia di comportamento per la vita nel futuro.

 

 

Senza memoria storica, una comunità, un popolo rischia di perdere e smarrire il significato e il senso profondo della propria identità culturale.

 

 

Una data simbolica più di altre per ricordare le persecuzioni subite dalla minoranza romanì: il 2 agosto del 1944 quando, in quella notte, oltre tremila persone rom internate nel "Zigeunerlanger B III", un'intera sezione del campo di concentramento di Auschwitz-Birkenau, vennero sterminate tutte assieme nelle camere a gas e per giorni e giorni incenerite attraverso i forni crematori.

 

 

Un'altra data segna la storia della minoranza romanì: 8 aprile 1971, quando a Orpington - Chelsfield, nei pressi di Londra, si svolse il 1° Congresso Mondiale delle comunità romanès stabilendo la denominazione ufficiale “rom” per tutte le proprie comunità, il “romanés” per la lingua, la bandiera romanì (una ruota indiana rossa su sfondo verde-azzurro) e l’inno nazionale (“Gelem Gelem” composto nel 1969 da Zarko Jovanovic). Il giorno 8 aprile, divenne la giornata internazionale della popolazione romanì.

 


Proposta di legge regionale per l'inclusione e la promozione sociale della minoranza romanì

 

 

Art. 1 - Obiettivi generali

 

La Regione Piemonte, ispirandosi ai principi di pluralismo contenuti nella Costituzione della Repubblica italiana, e segnatamente all'art. 6 («La Repubblica tutela con apposite norme le minoranze linguistiche»); ispirandosi altresì alla Convenzione quadro per la protezione delle minoranze nazionali (1995) e alla Carta europea delle lingue regionali o minoritarie (1992) del Consiglio d'Europa e alla risoluzione 2013/2007 del Parlamento europeo sulle lingue europee minacciate di estinzione e sulla diversità linguistica (nota come «Rapport Alfonsi»); ispirandosi ai principi contenuti nella Comunicazione della Commissione europea n. 173 del 5 aprile 2011 («Quadro UE per le strategie nazionali di integrazione dei rom fino al 2020»), nell'ambito delle proprie competenze riconosce la comunità romanì come minoranza linguistica e mette in opera opportune azioni volte alla sua integrazione e promozione nel territorio regionale.

 

 

Art. 2 - Definizioni

 

Ai fini della presente legge, per «minoranza romanì» si intende l’insieme di varietà socio-linguistiche, sufficientemente omogenee, proprio delle comunità romanì: rom, sinte, kalè, manousches, romanichels e relativi sottogruppi presenti nel territorio della Regione. La minoranza romanì è riconosciuta quale gruppo linguistico-culturale unitario.

 

La Regione Piemonte riconosce il giorno 2 agosto, data della «soluzione finale» con lo sterminio della minoranza romanì ad Auschwitz, Giorno del Porrajmos, al fine di ricordare questa tragedia e le leggi razziali che la resero possibile, e promuove iniziative pubbliche per non dimenticare.

 

La Regione Piemonte riconosce il giorno 8 aprile Giornata internazionale della popolazione romanì e promuove iniziative pubbliche

 

 

Art. 3 - Istituzione e funzioni di un Osservatorio territoriale partecipativo

 

Al fine di promuovere l'integrazione della minoranza romanì, la Regione Piemonte istituisce un «Osservatorio territoriale partecipativo» (di seguito denominato «OTP») sulle e delle comunità romanès con le seguenti funzioni:

 

a) effettuare studi di tipo quantitativo e qualitativo sulla natura e composizione della minoranza romanì presente nel territorio regionale;
b) effettuare analisi volte alla valutazione e al monitoraggio delle politiche attuate e in corso di attuazione intorno alla minoranza romanì presente sul territorio regionale;
c) fornire un supporto conoscitivo alla progettazione di azioni di promozione della minoranza romanì presente sul territorio regionale, ai sensi della presente legge;
d) realizzare, incoraggiare o supportare studi di tipo linguistico e culturale intorno alla comunità romanì presente sul territorio regionale;
e) realizzare, incoraggiare o supportare attività di formazione intorno alla comunità romanì e per sviluppare la partecipazione attiva e qualificata dei membri di tale comunità;
f) favorire la partecipazione attiva e qualificata della comunità romanì alle attività dell'OTP;
g) favorire le sinergie tra la sfera della pubblica amministrazione, la comunità scientifica, la società civile e la minoranza romanì presente sul territorio regionale;
h) attuare azioni di proficuo scambio e confronto con analoghi Osservatori regionali o altri istituti di ricerca.

 

 

Art. 4 - Struttura e composizione dell'Osservatorio territoriale partecipativo

 

L’OTP esercita i compiti indicati dall’art. 3 in posizione di indipendenza rispetto agli organi politici regionali. Il Direttivo dell'OTP non ha nomina politica diretta e i suoi membri sono selezionati in base a oggettivi criteri di merito, competenza nel campo oggetto della presente legge e requisiti morali. Il Direttivo dell'OTP è così composto:

 

1 membro della Giunta regionale;
2 membri della comunità scientifica di provata esperienza;
2 membri della comunità romanì;
2 membri della società civile.

 

Il funzionamento dell'OTP è regolamentato da apposito Statuto, in conformità a quanto stabilito dalla presente legge. L'OTP non ha la gestione diretta dei finanziamenti che sono accantonati a suo favore ai sensi della presente legge.

 

I membri del OTP -osservatorio territoriale partecipativo- restano in carica per cinque anni.

 

 

Art. 5 - Garante regionale

 

Il portavoce del OTP – Osservatorio Territoriale partecipativo – è il Garante regionale per i diritti fondamentali delle comunità romanès, di seguito denominato Garante, nominato con bando meritocratico e rimane in carica per n. 5 anni non prorogabili.

 

Il Garante svolge il ruolo di garanzia dei diritti fondamentali, nonché di mediazione e di persuasione rispetto alle segnalazioni dell'OTP o anche in via informale, e riguardino diritti/doveri violati o a rischio, il Garante si rivolge alle autorità competenti per avere eventuali ulteriori informazioni e segnala ad esse il mancato o inadeguato rispetto di tali diritti-doveri.

 

Il Garante è scelto tra persone che assicurino indipendenza e idoneità alla funzione, possiedano un’esperienza pluriennale nel campo della tutela e della promozione dei diritti umani e siano di riconosciuta competenza nelle discipline afferenti alla salvaguardia dei diritti umani

 

Il Garante non può ricoprire cariche elettive, governative o istituzionali, né ricoprire altri incarichi o uffici pubblici di qualsiasi natura, né svolgere attività lavorativa, autonoma o subordinata, imprenditoriale o libero-professionale, né ricoprire incarichi di responsabilità in partiti politici o in organizzazioni non profit.

 

Il garante è immediatamente sostituito in caso di dimissioni, sopravvenuta incompatibilità, accertato impedimento fisico e psichico, grave violazione dei doveri inerenti all'incarico, condanna penale definitiva per delitto.

 

E' istituto presso la Regione Piemonte l'ufficio regionale del OTP e del Garante regionale per i diritti delle comunità romanès, presso il quale sono impiegati 3 dipendenti di amministrazioni pubbliche collocati fuori ruolo nelle forme previste dai rispettivi ordinamenti di provenienza. Il servizio dei suddetti dipendenti è equiparato ad ogni effetto di legge a quello prestato nelle rispettive amministrazioni di provenienza e svolgono la loro attività sotto la esclusiva autorità del Garante.

 

Il Garante ha l'obbligo di denuncia all'autorità giudiziaria competente ogni qualvolta venga a conoscenza di fatti che possono costituire reato.

 

Il Garante ogni anno entro il 30 Giugno presenta al Consiglio Regionale del Piemonte una relazione annuale sull'attività svolta dal OTP – Osservatorio Territoriale partecipativo – dell'anno precedente, indicando la natura degli interventi, gli esiti degli stessi, e le proposte per migliorare il processo di interazione-integrazione culturale delle comunità romanès, nonché dei diritti fondamentali. La relazione annuale è altresì trasmessa a tutti i consigli comunali dei comuni della regione.

 

 

Articolo 6 - Copertura finanziaria

 

……………………………

 

Link alla petizione online

CONTINASSA: SIGNIFICATIVA CONDANNA PENALE PER UN VIOLENTO ASSALTO A UN CAMPO ROM IN ITALIA

COMUNICATO STAMPA CONGIUNTO dell'European Rights Centre, Idea Rom Onlus e Associazione Studi Giuridici Immigrazione

Torino, Budapest 17 luglio 2015.


Le Associazioni accolgono con soddisfazione la storica sentenza emessa dal Tribunale di Torino nel caso del rogo della Continassa, in quanto trattasi di rilevante condanna penale per un violento assalto nei confronti di un campo Rom: ” Nonostante tali attacchi siano purtroppo sempre più frequenti e spesso le motivazioni razziali ad essi sottese ignorate, non siamo a conoscenza di precedenti condanne per questo genere di casi “.

Il 14 Luglio il Tribunale di Torino ha condannato sei persone per aver commesso dei reati basati sull’odio razziale nei confronti della popolazione Rom, riconoscendo la somma di 15.000€ quale risarcimento dei danni subiti dalle persone offese costituitesi parte civile nel procedimento. “Nonostante il significativo ritardo nelle investigazioni e nell’inizio del procedimento, dopo quattro anni il Tribunale ha assicurato giustizia alle vittime di tale brutale attacco razzista” – afferma Vesna Vuletic di Idea Rom Onlus.

Il 12 dicembre 2011, nel quartiere Vallette di Torino, a seguito di una manifestazione per la presunta violenza sessuale denunciata da una giovane ragazza del quartiere, un gruppo di persone poneva in essere un violento attacco nei confronti della popolazione Rom stanziata presso la cascina abbandonata della Continassa e le strutture del campo nomadi venivano date alle fiamme. Secondo molti testimoni presenti, il tenore delle grida ed il comportamento della folla lasciavano chiaramente trasparire l’odio espresso nei confronti dei membri della comunità Rom locale.

“La repressione dei reati perpetrati con fini di odio razziale è particolarmente rara in Italia poiché la legge in materia non risulta del tutto adeguata. Dopo la sentenza del 14 Luglio ci auguriamo che le autorità italiane pongano in essere nuovi passi avanti per rafforzare la persecuzione di tali reati. Allo stesso tempo gli attori che operano nella società civile devono supportare le vittime e le comunità vulnerabili anche attraverso azioni concrete di sostegno alle autorità in tale azione repressiva” – afferma l’Avv. Lorenzo Trucco, Presidente ASGI.

ASGI, IDEA ROM ONLUS e l’ERRC si sono costituite parti civili nel procedimento penale avanti al Tribunale di Torino ed in loro favore è stata riconosciuta la somma di 3.000 € quale risarcimento dei danni diretti subiti in conseguenza delle azioni degli imputati. Il denaro verrà utilizzato per poter proseguire le azioni delle associazioni a tutela dei diritti fondamentali dei Rom.

L'European Roma Rights Centre ha avuto un ruolo attivo nel procedimento penale affinché venissero tutelati, nel miglior modo possibile, i diritti delle vittime Rom. Abbiamo intenzione di implementare e supportare le risposte statali contro la commissione di tutti gli atti di violenza nei confronti della popolazione Rom, e questa sentenza è un passo importante verso il raggiungimento di questo obiettivo” – afferma Adam Weiss, ERRC Legal Director.

L’ERRC, ASGI e IDEA ROM ONLUS accolgono con soddisfazione la sentenza emessa dal Tribunale di Torino e sperano che questo precedente possa rappresentare un decisivo passo avanti verso un’ effettiva tutela delle vittime nella repressione di comportamenti a sfondo razziale.

Contatti stampa:

IDEA ROM ONLUS
Vesna Vuletic
idea.rom@gmail.com
+39 3248366221

EUROPEAN ROMA RIGHTS CENTRE
Szelim Simándi
simandi.szelim@xkk.hu
+36202658562


ASSOCIAZIONE STUDI GIURIDICI IMMIGRAZIONE
Silvia Canciani
info@asgi.it
+39 3894988460

EDERLEZI, L'INNO ROM ALLA PRIMAVERA

BAXTALO AMARO EDERLEZI - ĐURĐEVDAN

Ederlezi designa in lingua romaní la festa serba di Đurđevdan (Ђурђевдан), ovvero San Giorgio l'uccisore del drago, celebrata dai Rom presenti in tutti i balcani il 6 maggio a prescindere dalle connotazioni religiose dei vari gruppi.

La tradizione deriva da Hidirellez, una antica festività turca che si svolge circa un mese dopo l'equinozio di primavera ed indica la rinascita della natura e il ritorno della primavera.

Alla fine del secondo conflitto mondiale i Rom assunsero questa ricorrenza come la festa in cui celebrare la liberazione dai campi di concentramento e la ritrovata libertà. Speriamo che un giorno questa libertà si compia con la fine del razzismo nei nostri confronti ed i nostri figli possano avere un futuro migliore.

BUT BAXT AJ SASTIPE SA E ROMENGE, TE ARAKEL AMEN O DEL (Buona fortuna e salute a tutto il nostro popolo e che Dio ci protegga).

IL SERVIZIO CIVILE NAZIONALE CON IDEA ROM

Fino alle ore 14 di giovedì 23 aprile 2015 è possibile candidarsi per svolgere il Servizio Civile Nazionale con IDEA ROM ONLUS.


Hai un'età compresa tra i 18 e i 28 anni (al massimo 28 anni e 364 giorni il giorno che presenti la domanda) e ti interessa a fare un'esperienza più unica che rara? Conosci una persona che vorrebbe candidarsi?


Accedi alla pagina del Servizio Civile Nazionale, dove puoi consultare la scheda progetto: http://www.comune.torino.it/infog…/sercivol/marzo2015/20.htm.


Questo è il link alla modulistica e alle informazioni sulle modalità di presentazione delle domande: http://www.comune.torino.it/infogio/sercivol/partecipare.htm


Nella domanda non dimenticare di firmare tutti i moduli ed allegare la copia del documento d'identità e del codice fiscale!


Per altre informazioni contattaci al 324.8366221 oppure manda una e-mail a idea.rom@gmail.com.

FASSINO, L'8 MARZO E LE DONNE ROM

La richiesta d'incontro con il Sindaco Fassino sottoscritta da 54 donne Rom

Torino, 8 marzo 2015

Si chiamano Florina, Geta, Valeria, Lenuta, Domnica, Mariana, Nicoleta, Sorina... Hanno lo sguardo smarrito di chi è alla ricerca di una speranza, ma deciso, di chi non smetterà di chiedere spiegazioni per quanto si sta abbattendo sulle proprie famiglie. Sono le donne del “campo nomadi” di Lungo Stura Lazio, il più grande della città di Torino: le donne Rom, le “altre donne” della città.

 
Negli ultimi 15 anni questo campo ha dato un posto dove vivere a più di 1000 persone. Quindici sono anche i mesi passati dall’inizio del progetto “La città possibile - Iniziative a favore della popolazione Rom” portato avanti dalla Città di Torino sulla base delle linee guida dettate dal Comitato di Indirizzo (a cui partecipano la Regione Piemonte, la Provincia ed il Comune di Torino, l’Università, la Compagnia di San Paolo e rappresentanti della chiesa cattolica e di quella ortodossa). Durante questo periodo solo una minima parte delle famiglie del campo, circa 250 persone, sono state inserite in sistemazioni abitative temporanee, sulla base di criteri opachi e discutibili. Nel frattempo, giovedì 26 febbraio, sono iniziate le operazioni di sgombero per gli esclusi. Nessuna notifica preventiva ne opzione abitativa differente è stata proposta nell’obiettivo di preservare l’integrità dei nuclei famigliari. Tra le persone coinvolte molti minori, per lo più frequentanti la scuola dell’obbligo e dell’infanzia, donne in stato di gravidanza, persone anziane, disabili e ammalati.

 
Per questi motivi, in occasione di quella che per la maggior parte delle donne è una festa, l’Associazione Idea Rom Onlus indirizza una lettera, sottoscritta da 54 donne Rom di lungo Stura Lazio, al Sindaco della città Piero Fassino, al prefetto di Torino dott.ssa Paola Basilone, al Dipartimento per le Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio dei Ministri, al Centro Regionale del Piemonte contro le discriminazioni, agli Assessorati per le Pari Opportunità di Comune e Provincia. L’oggetto è la richiesta di un incontro urgente da parte delle donne residenti nel campo con i rappresentati istituzionali, al fine di ottenere delucidazioni in merito al progetto “La città possibile” e alle conseguenze previste per le loro famiglie.

 
Queste donne hanno storie complicate, commoventi, che pochissimi si sono dimostrati disponibili anche solo ad ascoltare. Proprio per riconoscere la dignità di persona e di donna anche ai più poveri della città, crediamo che accogliere questa richiesta rappresenterebbe molto più che offrire una mimosa.

SOLO L'1%...

TORINO "SUPERA" I CAMPI NOMADI CON GLI SGOMBERI

Del famoso finanziamento di 5 milioni di euro assegnati a Torino per "superare" i campi nomadi, sono solo 50.000 quelli spesi per aiutare alcune famiglie Rom a trasferirsi in 15 appartamenti.

 

Il resto dov'è finito?

 

Cosa dice il famoso Tavolo di Monitoraggio al quale hanno ammesso tutti tranne le organizzazioni Rom?

 

Ecco la distopia della Città Possibile, il nome con cui le associazioni per la promozione dell'inclusione dei rom hanno chiamato un progetto dal valore di 5 milioni di euro per il "superamento" dei campi.

 

Adesso abbiamo capito cosa vuol dire "superamento". Se sgomberare costa cosi tanto, allora viene da chiedersi a cosa (e soprattutto a chi) conviene.

TORINO : MAXI-SGOMBERO AL CAMPO ROM DI LUNGO STURA LAZIO.

QUALE SUPERAMENTO DEI CAMPI NOMADI E QUALI PERCORSI DI CITTADINANZA?

Torino, 26 febbraio 2015

Questa mattina, all'alba, un ingente spiegamento di Forze dell'Ordine è entrato nel campo rom di Lungo Stura Lazio, procedendo ad una maxi-operazione di sgombero nei confronti di 199 persone di nazionalità rumena. Tra queste, 62 minori, di cui 16 frequentanti la scuola dell'obbligo e uno la scuola di infanzia, senza contare la presenza di 5 donne in stato di gravidanza, neonati, persone con disabilità, anziani, malati, persone con disagio mentale.

Nulla ha fermato le ruspe comunali, le quali hanno provveduto ad abbattere le baracche - situate su un terreno di pochissimo valore, invisibile, per decenni utilizzato come discarica senza grosso scalpore da parte dei residenti nella zona - che da circa 15 anni hanno rappresentato una casa per queste famiglie, nei confronti delle quali le istituzioni hanno preferito tollerare per tutto questo tempo l'indigenza abitativa, piuttosto che adoperarsi per permettere loro l'accesso a forme abitative dignitose, a sostegno di una reale autonomia, come l'associazione Idea Rom ha da tempo fatto presente.

Non meno grave il fatto che questa mattina due terzi delle famiglie siano state svegliate da carabinieri e polizia, ricevendo l'intimazione di sgombero forzato senza alcun preavviso e senza alcuna notifica scritta del provvedimento, in deroga alle procedure previste dal diritto internazionale, in primis la presenza di una alternativa abitativa adeguata e la possibilità di poter opporre un ricorso legale. La prospettiva per 199 persone oggi sgomberate dal campo rom di Lungo Stura Lazio è unicamente la strada. Solo l'intervento tempestivo dell'associazione Idea Rom ha permesso che ad una piccola parte di esse venisse calata dall'alto l'offerta di una sistemazione provvisoria, la cui natura non è ancora nota, ennesimo “tampone” privo di progettualità.

L'operazione di sgombero del campo di Lungo Stura Lazio è parte integrante del progetto “La città possibile – Iniziative a favore della popolazione ROM”, portato avanti dalla Città di Torino sulla base delle linee guida dettate dal Comitato di Indirizzo (Città di Torino, Regione Piemonte, Provincia di Torino, Università di Torino, Compagnia di San Paolo, rappresentanti delle chiese cattolica e ortodossa) e formalmente volto a “realizzare percorsi efficaci di integrazione e di cittadinanza per ca. 1300 persone di etnia ROM”. Ma come si conciliano tali percorsi di “integrazione e cittadinanza” con uno sgombero forzato? Vale la pena approfondire la natura di tale progetto, finanziato con fondi stanziati dal Ministero dell'Interno per un totale di 5.193.167,26 Euro, la cui durata si estende formalmente dal Novembre 2013 all'Ottobre 2015, della cui implementazione è incaricato un Raggruppamento Temporaneo di Imprese (Cooperativa Animazione Valdocco, Associazione AIZO–Associazione Italiana Zingari Oggi, Cooperativa Sociale Stranaidea, Cooperativa Sociale Liberitutti, Associazione Terra Del Fuoco e Croce Rossa Italiana) e del cui monitoraggio si occupa un comitato sostanzialmente interno al progetto stesso (allargato al Tavolo Sociale di Barca e Bertolla), con la deliberata esclusione di associazioni rom indipendenti, come Idea Rom, che avevano presentato espressa richiesta di farne parte.

Lo sbandierato superamento dei campi rom di Torino – ed in particolare di Lungo Stura Lazio, per cui è stata stanziata una parte sostanziale del totale dei fondi - si rivela forse come un'abile operazione di marketing politico ed economico, che potrebbe non garantire alle famiglie inserite nel progetto la prospettiva di un'abitazione dignitosa ed economicamente sostenibile nel medio termine e che, per assurdo, potrebbe rafforzare la presenza dei campi rom in città. Avendo finora speso oltre 4 milioni di euro la città di Torino ha già dichiarato che “le risorse non saranno sufficienti” e, ad oggi, è stata in grado di garantire l'accesso ad un alloggio ad appena 15 famiglie, mentre un totale di altre 52 persone si trova in “soluzioni temporanee di housing sociale”, volte a dare loro, nelle parole dell'Assessore Tisi, la possibilità che si “allenino”, monitorati, all'autonomia. Contemporaneamente, alcune famiglie sono state oggetto di procedure di rimpatrio “volontario” in Romania, mentre circa 600 sono le persone escluse da qualunque percorso, per cui viene stabilito unicamente lo sgombero. Da un lato, la logica di questi interventi si fonda su un'idea distorta di “meritevolezza” che si traduce in un indice di “civilizzazione” arbitrariamente sancito, dal momento che i criteri tramite cui le famiglie sono state selezionate sono del tutto opachi e non condivisi, essendosi trovati esclusi nuclei composti da persone con regolare contratto di lavoro, presenti a Torino da tantissimi anni, privi di precedenti penali e con minori a carico. Dall'altro, si prevede che le persone inserite nel progetto, dopo essersi impegnate a firmare un “patto di emersione” dai contorni infantilizzanti, ricevano sostegno abitativo per la durata di soli due anni, senza che vengano implementati reali processi di integrazione dal punto di vista lavorativo, che permetterebbero la sostenibilità economica degli alloggi da parte degli abitanti. Si perpetua quindi una condizione di dipendenza delle persone dalle cooperative incaricate di gestire il progetto, le quali, al termine dei due anni, potrebbero richiedere altri fondi per prolungare una politica di fatto meramente assistenziale, ma molto lucrativa. Una vera gallina dalle uova d'oro.

Infine, le 600 persone che ad oggi si trovano, o presto si troveranno, in mezzo ad una strada, non hanno altra scelta che trovare riparo in un altro campo rom, come già avvenuto con il raddoppio delle presenze in via Germagnano. I campi quindi non vengono superati, ma semplicemente spostati, ricomposti e ingrossati, così da diventare i prossimi oggetti di un’altra “città possibile”.

Ci troviamo, quindi, di fronte ad una politica che rafforza la logica dei campi rom attraverso gli sgomberi e che rinnova la situazione di precarietà, segregazione e dipendenza in cui sono costrette a vivere queste famiglie, le quali, invece, da oltre 10 anni, non chiedono altro che d’essere ascoltate e riconosciute come interlocutori e non solo oggetti da gestire.

TORINO COME L'ALABAMA

Quando la disperazione istituzionale sceglie la discriminazione.

Dalla proposta di linee di trasporto pubblico separate per i Rom alla decisione di istituire i controlli sui mezzi che servono i campi nomadi.

SEDRIN

Un progetto per il successo scolastico dei bambini Rom

QUANDO ANCHE I BAMBINI ROM POSSONO ACCEDERE AD UNA SCOLARIZZAZIONE DI QUALITA'.

Sedrin, un progetto europeo realizzato nelle scuole della periferia nord di Torino, dove le donne Rom sono formate per sostenere i loro bambini in classe.
Gli alunni Rom devono affrontare molte più difficoltà rispetto ai loro compagni di scuola italiani. Vivono in baracche fatiscenti, senza acqua corrente, riscaldamento ed illuminazione. In queste condizioni è impossibile riuscire a fare i compiti e stare al passo con i programmi scolastici.
Idea Rom, partner italiano dell'iniziativa internazionale, ha "piegato" con sapienza il progetto alle specifiche necessità delle famiglie Rom che abitano il più grosso insediamento spontaneo della città ed i risultati cominciano a vedersi: è raddoppiata la frequenza scolastica rispetto allo scorso anno, c'è maggior serenità nel rapporto di questi bambini con la scuola, le relazioni tra le insegnanti e le famiglie sono costanti e dirette, i bambini hanno iniziato a partecipare alle gite e ai soggiorni didattici e, finalmente, c'è stato un netto miglioramento nella qualità degli apprendimenti.

Un servizio di Associated Press sull'iniziativa sta facendo il giro del mondo per descrivere questa particolare esperienza.

DOCUMENTI UTILI

Rom and Sinti Italian strategy - eng. version
STRATEGIA ITALIANA ROM SINTI - vers ENG.
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Strategia Italiana per i Rom e i Sinti
STRATEGIA ITALIANA ROM SINTI - vers. ITA
Documento Adobe Acrobat 4.8 MB
Schema governance strategia italiana per i Rom e i Sinti
SCHEMA GOVERNANCE STRATEGIA ITALIANA ROM
Documento Adobe Acrobat 47.9 KB
NGO's report for ONU-CEDAW Commitee on Roma women situation in Italy
italy-cedaw-submission-24-june-2011.pdf
Documento Adobe Acrobat 328.0 KB

UN'EQUA DISLOCAZIONE ABITATIVA PER I ROM

Nell'ambito della definizione del Piano Nazionale d'azione contro il Razzismo un piccolo raggruppamento di organizzazioni Rom, associazioni operanti con i Rom e sui temi del razzismo, singoli cittadini, ha voluto elaborare questo primo semplice documento che, anche a causa dei tempi ristretti e del periodo disponibile per la sua elaborazione vuole limitarsi ad un solo tema, ritenuto però fondamentale, per affrontare i problemi di emarginazione e discriminazione di gran parte delle comunità Rom e Sinte presenti nel territorio nazionale: l'ABITAZIONE.

 

Come già indicato nella “Strategia Nazionale d'inclusione dei Rom, dei Sinti e dei Caminanti” adottata dall'Italia (Attuazione Comunicazione Commissione Europea n. 173/2011) i Rom ed i Sinti sono ancora ampiamente considerati dagli italiani come una “popolazione nomade”, per cui le soluzioni abitative adottate dalle istituzioni sono state prevalentemente orientate alla costruzione e gestione dei “campi nomadi”, spesso realizzati con un’ottica emergenziale e con l’obiettivo di accogliere temporaneamente persone in transito, non in grado di rispondere alle esigenze di famiglie che hanno sempre vissuto in modo stanziale, e diventando facilmente luoghi di degrado, violenza e soprusi. La Strategia prosegue affermando che <<E’ un dato acquisito come la soluzione amministrativa del campo nomadi risulti ormai da decenni il modello di riferimento delle politiche abitative per RSC in Italia e questa forma residenziale, che presupponeva una “popolazione nomade e servizi transitori di sosta”, ben presto non è più stata in grado di rispondere alle esigenze di popoli e comunità ormai sedentari, che solo nel 3% dei casi dimostrano tuttora una qualche attitudine all’itineranza. La politica amministrativa dei “campi nomadi” ha alimentato negli anni il disagio abitativo fino a divenire da conseguenza, essa stessa presupposto e causa della marginalità spaziale e dell’esclusione sociale per coloro che subivano e subiscono una simile modalità abitativa>>.

 

Ma, nonostante i dati e le osservazioni così bene evidenziati nella Strategia Nazionale, numerosi soggetti istituzionali, soprattutto locali, continuano a riproporre ed alimentare l'immagine che i Rom e i Sinti siano una “popolazione nomade”, quasi come un fenomeno transitorio che prima o poi possa scomparire dai territori “provvisoriamente” occupati. Questo errore di interpretazione ed approccio in Italia continua a produrre gravi conseguenze per le comunità Rom, giustificandone la collocazione nei cosiddetti “campi nomadi”, più o meno attrezzati, quasi sempre collocati nelle più estreme e degradate periferie urbane.

 

I campi nomadi, dove da ormai decenni vivono stabilmente Rom e Sinti, hanno preso sempre di più la forma di un “ghetto”, di un mondo parallelo, che esclude dalla normale vita sociale sul territorio e, nel corso degli anni, ha portato le popolazioni Rom a vivere di politiche assistenziali promosse per affrontare una continua “emergenza nomadi”. La politica dei campi è stata fallimentare in tutta Italia, ha provocato degrado, emarginazione sociale, devianza, de-responsabilizzazione, limitazioni alle libertà civili (a causa della necessità di continui controlli), percezione negativa da parte dell'opinione pubblica, razzismo, esclusione ed auto-esclusione dalla normale vita sociale.

 

Le principali associazioni e federazioni Rom e Sinti, come la maggioranza delle associazioni che operano per la loro inclusione, chiedono da anni un superamento del “sistema dei campi nomadi”, nei quali oggi in Italia vivono circa 40.000 persone (soprattutto nelle grandi città come Torino, Genova, Milano, Bologna, Reggio Emilia, Roma, Napoli, Foggia, Bari ecc..), .

 

Ma occorre superare l'idea stessa del “campo nomadi” nelle sue più varie e fantasiose accezioni (le “micro-aree”, i “villaggi residenziali”, le “coabitazioni solidali”, ecc...), tutte imperniate su una differenziazione abitativa che è incomprensibile se paragonata alle politiche abitative immaginate, ad esempio, verso immigrati provenienti da contesti sociali con modelli abitativi differenti da quelli italiani. Oggi occorrerebbe considerare seriamente l'approccio alla casa e al lavoro un diritto al quale anche i Rom possano accedere in condizioni di parità con gli altri cittadini, nonché il primo passo per diventare parte attiva nella società. La vita nei campi nomadi non appartiene alla cultura Rom e quasi tutte le comunità provenienti da altri paesi europei sono nate e vissute nello stesso tipo di abitazioni utilizzate dalla popolazione maggioritaria.

 

In linea con le esperienze positive di altre città (Padova, Brescia, Reggio Calabria ed il recente orientamento in tale direzione anche di Palermo) crediamo occorra quindi superare i campi nomadi considerando la soluzione abitativa in casa come l'unica veramente sostenibile nel tempo.

 

La Strategia Nazionale affermava la volontà di <<attivare, mediante la riprogrammazione e l’utilizzo delle risorse provenienti dalla trascorsa “emergenza commissariale” connessa agli insediamenti delle comunità RSC nel territorio delle regioni Campania, Lombardia, Lazio, Piemonte e Veneto e ad oggi ancora non impegnate, di appositi “Piani locali per l’inclusione sociale delle comunità RSC”, che individuino nuovi interventi di inclusione da programmare e realizzare sperimentalmente, concorrendo così al conseguimento degli obiettivi e all’applicazione di contenuti, modelli e strumenti di governance e capacity building della Strategia stessa, anche al fine di validarne l’approccio metodologico, da estendere e replicare in altre aree di prioritario intervento nelle successive annualità (2014-2020)>>. Nella specifica declinazione delle indicazioni relative al tema dell'abitazione la Strategia affermava anche che occorre Aumentare l’accesso ad un ampio ventaglio di soluzioni abitative per RSC, in un’ottica partecipata di superamento definitivo di logiche emergenziali e di grandi insediamenti monoetnici e nel rispetto delle opportunità locali, dell’unità familiare e di una strategia fondata sull’equa dislocazione” (Asse 4 – Abitazione). La stessa Strategia concludeva il tema abitativo affermando che è necessaria una progettazione di interventi che partano dalla consapevolezza che l’uso eccessivo degli sgomberi avvenuto nel passato è stato sostanzialmente inadeguato.

 

Alla luce di queste chiare ed esplicite indicazioni fatte proprie anche dal Governo nella Strategia Nazionale chiediamo che il Piano Nazionale d'azione contro il Razzismo includa le seguenti istanze:

 

  1. destinare le citate risorse provenienti dalla trascorsa “emergenza commissariale” nelle regioni Campania, Lombardia, Lazio, Piemonte e Veneto (e ad oggi ancora non impegnate), ma anche nelle altre regioni dove esiste una cospicua presenza di rom , esclusivamente alla realizzazione e/o acquisizione di strutture abitative, equamente dislocate nei territori, nelle quali poter dare accoglienza alle famiglie Rom attualmente insediate nelle baraccopoli;

 

  1. indicare la priorità abitativa (e la sua sostenibilità nel tempo) nei bandi pubblici relativi a finanziamenti per interventi rivolti a favore dell'inclusione sociale dei Rom;

 

  1. invitare le autonomie locali a concertare un piano decennale per il concreto superamento dei campi nomadi, anche attraverso consultazioni e concertazioni con le organizzazioni Rom presenti nei loro territori;

 

  1. una proposta di legge nazionale, nella quale si preveda per i Comuni il divieto esplicito a realizzare, anche a titolo provvisorio, dei “campi nomadi”, ossia delle strutture abitative che concentrino le famiglie sulla base di un'appartenenza etnica, e anche l’obbligo di superare quelli già esistenti, attraverso la metodologia dell’equa dislocazione abitativa e il diretto coinvolgimento dei Rom.

 

Con la consapevolezza di non aver trattato esaustivamente i temi relativi alle difficoltà di integrazione sociale, percezione pubblica e discriminazione dei Rom in Italia (si pensi, ad esempio, alle problematiche relative a tutte le aree tematiche nelle quali si sta organizzando la discussione e la raccolta di proposte), siamo però fiduciosi che questo nostro sforzo di sintesi e individuazione di priorità venga tenuto in considerazione nell'elaborazione dei documenti finali relativi al Piano.

 

Documento sottoscritto da:

 

IDEA ROM ONLUS - Torino
ERRC - EUROPEAN ROMA RIGHTS CENTRE - Budapest
CIE - CENTRO D'INIZIATIVA PER L'EUROPA - Torino
IDEA ROM PALERMO - Palermo
COOPERATIVA GIOLLI -Montechiarugolo (PR)
I GIRASOLI DELL'EST ONLUS - Napoli

 

• Antonino Giacomo MARINO (Opera Nomadi Reggio Calabria) – Reggio Calabria
• Cinzia SGREGGIA (Opera Nomadi Reggio Calabria) – Reggio Calabria
• Marco BEVILACQUA (Opera Nomadi Reggio Calabria) – Reggio Calabria
• Armando BERLINGIERI – Reggio Calabria
• Dimitris ARGIROPOULOS (Università di Bologna) – Bologna
• Milan JOVANOVIC – Bologna
• Violeta KRSTIC – Torino
• Maria GIUFFRIDA – Chieri (TO)
• Rita CLEMENTE – Chieri (TO)
• Martina ZULIANI – Vicenza
• Barbara BREYHAN – Sesto Fiorentino (FI)
• Maria Doriana CASADIDIO – Roma
• Biancamaria DEL CONTE – Napoli
• Valentina MURA – Cagliari
• Alessandro PISANO – Oristano
• Elisa CESAN – Firenze
• Piero Colacicchi – Firenze
• Jovica JOVIC – Milano
• Cristina SIMEN – Milano
• Milena DE SIMINI – Sannicandro di Bari (BA)
• Rinaldo A. RINALDI – Firenze
• Giovanni SALIS – Ploaghe (SS)
• Luigi BEVILACQUA - Cosenza

altri singoli cittadini

POLITICHE ABITATIVE CON ACCESSO ALLA CASA

A chi giovano le politiche differenziate, i progetti speciali, i "villaggi residenziali", le microaree e tutte le stranezze che si pensano solo per l'housing dei Rom? Di certo non ai Rom.


I campi nomadi abusivi non possono essere superati con i campi nomadi autorizzati, le "microaree" o i "villaggi residenziali", comunque li si chiami.


E' l'idea stessa del campo nomadi, della soluzione abitativa differenziata, che ripropone le barriere che sfociano in difficoltà di dialogo e nei conflitti con i territori. Il degrado e la miseria dei campi nomadi autorizzati è di pochissimo inferiore a quello dei campi abusivi. Dai campi nomadi non è mai venuto fuori un giovane che abbia studiato, le condizioni igieniche sono spaventose e spesso le relazioni umane sono dettate dai violenti. I processi d’esclusione sono continuamente alimentati e alimentano i processi d’auto-esclusione (Rom – Gagè), un circolo vizioso che genera anche microcriminalità, atteggiamenti assistenzialistici e altre questioni spesso agli onori della cronaca. Tutte le "microaree" e i “villaggi”, anche quando realizzati, sono partiti piccoli e belli ma, nel giro di qualche anno, sono diventati degradati e sovraffollati.


Poi c'è un problema di sostenibilità: considerando i numeri delle persone che vivono nelle baracche ai margini di tutte le grandi città, essendo necessario pensare a soluzioni abitative per tutti quanti, occorre chiedersi se siano realizzabili decine e decine di "microaree" o “villaggi” in ognuna di queste città.


Negli ultimi 20 anni a Torino si sono tentate varie operazioni di questo tipo (almeno 5-6 volte, anche mettendo in gioco il riutilizzo di cascine abbandonate), senza MAI CONCLUDERE NULLA (se non l'aver incautamente alimentato proteste, paure e contrapposizioni). Può sembrare una resa, ma oramai ci siamo convinti che gli sforzi in questa direzione siano quasi inutili.


Poi ci sarebbe un problema di gestione, immaginando dispendiose attività di controllo. E altrettanto problematica appare anche l'autogestione e le relative dinamiche interne ai gruppi. Non ultima la limitazione di libertà nella vita quotidiana delle famiglie, con continui controlli (si pensi a quando si decida di ospitare dei parenti, ai controlli preventivi di polizia, ecc...).


Riflettendo sui numeri si può affermare che regione per regione, le grosse città fanno da sole il 70-80% delle presenze complessive. In queste città non sarebbe possibile realizzare neanche un paio di microaree o villaggi, risolvendo il problema abitativo a poche persone e sollevando proteste e speculazioni politiche sui Rom. A Torino, ad esempio, realizzandone un paio, si potrebbero sistemare al massimo un centinaio di persone, lasciandone comunque fuori un numero circa 10-15 volte superiore. Se si contassero anche quelli che ammassati nei mega-campi autorizzati la percentuale degli esclusi sarebbe quasi doppia. In tutto in un clima da rissa sociale, tra assemblee di comitati, cittadini allarmati e servizi infuocati sui giornali.


Quando ci si occupa dell'housing dei Rom occorre pensare a soluzioni utili per il maggior numero possibile di persone, oltre che per i territori dove ci sono i campi (sia gli abusivi che quelli autorizzati poiché hanno, grosso modo, gli stessi problemi).


Con i denari pubblici occorrerebbe dare priorità ad interventi estesi e generalizzati, non agli "esperimenti" da tesi di laurea o da convegno, avendo ben chiara la priorità della chiusura degli insediamenti grandi e degradati, sia spontanei che autorizzati.


Le soluzioni possibili sono tante, ma quelle di maggior impatto non possono che prevedere politiche più coraggiose per l'accesso alla casa e ad un futuro di uguali opportunità per tutti, finalizzando a questi scopi la gran parte delle risorse specificatamente dedicate ai Rom.


La maggior parte dei Rom di recente immigrazione in Italia, nei paesi d'origine già viveva in case e appartamenti. Gli stessi Rom quando vivono in altri paesi europei stanno in casa. La storia dei campi nomadi è soprattutto una questione italiana, dove ci sono addirittura esperti che ne parlano come se fosse un tratto culturale tipico.


È vero che ogni tanto fra gli ingressi in casa ci sono stati insuccessi e, per i più vari problemi, qualcuno ha abbandonato l'appartamento oppure si è ridotto a vivere d'assistenza. A Torino solo 5 famiglie hanno avuto vari problemi d’inserimento nelle case, fallendo il tentativo.


Ma per quel che abbiamo modo di osservare a Torino, negli ultimi 15 anni circa 700 Rom sono entrati nelle case popolari e circa 300 in appartamenti privati. Quasi tutte queste famiglie vivono di lavoro, pagano l'affitto, le spese e fanno quanto necessario per far studiare i figli.


Discorso a parte quello dell'entusiasmo da parte dei vicini di casa, quasi sempre molto basso. Ma in genere, nel tempo, le relazioni si stabilizzano e un po' migliorano. In qualche caso nascono amicizie e forme di solidarietà di tutto riguardo. MA LA MAGGIOR PARTE DEGLI INGRESSI IN CASA REGGE NEL TEMPO.


A Torino l'emergenza nomadi aveva fatto destinare 5 milioni di euro alla locale Prefettura.


Si è cominciato a discutere su come spenderli, pensando ad accordi per la distribuzione dei Rom in vari comuni, alla ristrutturazione dei mega-campi autorizzati, a raccolte straordinarie dell'immondizia intorno ai campi abusivi, a qualche ricerca o a qualche progetto sperimentale sul modello di presunte buone pratiche di co-housing la cui bontà è ancora tutta da dimostrare.


Il tempo è passato e alla fine si è speso qualcosa per l'immondizia o poco più, fino alla restituzione di gran parte della somma al governo dopo la revoca dell'emergenza (ora ripristinata, ma con incognite non chiarite sui fondi a suo tempo stanziati).


Noi però diciamo che se con quella somma si fossero acquistate 80-100 povere abitazioni, le si potevano offrire con affitti popolari alle famiglie attualmente nei campi nomadi che accettino tale soluzione abitativa.


Questo avrebbe risolto già solo in un anno di tempo il problema abitativo a centinaia di persone, forse LA META' di quelle che attualmente vivono nelle baracche lungo i fiumi (e nelle intercapedini dei ponti, nei tubi di scolo delle fognature, ecc.). Avrebbe anche attenuato parte dei conflitti di convivenza nei territori dei campi nomadi, pur distribuendone alcuni di più piccola portata nelle varie zone dove si fossero reperiti gli appartamenti. Ma l'esperienza dei primi inserimenti nelle case popolari (con solo il 2% di insuccessi) parla soprattutto di amplificazione di paure e percezioni piuttosto che di problemi veri. L'impatto complessivo, in termini di capacità d'accoglienza, sarebbe stato l'equivalente della costruzione di 10-15 microaree o villaggi che, almeno a Torino (anche se si mettesse in gioco tutta la provincia), NON SI FARANNO MAI.


Gli affitti raccolti con una tale iniziativa avrebbero consentito il progressivo acquisto di altre abitazioni, consentendo lo svuotamento e la chiusura di tutti i campi nomadi in circa 10 anni.


Dal nostro punto di vista, quantomeno nelle grosse città, è questa la soluzione abitativa veramente praticabile, con tempi moderatamente rapidi e risultati di grosso impatto. Le altre soluzioni portano tante discussioni, tanti conflitti, tanti studi e sperimentazioni, qualche convegno, numerose ricerche e altri simili esiti, con del tempo semplicemente buttato via e la gran parte dei Rom e dei territori ancora al punto di partenza.


L'abitare in casa darebbe immediatamente anche il diritto alla residenza (oggi precluso alla metà e forse più dei Rom presenti a Torino), con tutto quel che ne consegue in termini di diritti ed opportunità (servizi sociali, accesso alle case popolari una volta maturati i requisiti, borse di studio, diritto di voto per i comunitari, ecc...). Per molti aprirebbe la porta della cittadinanza addirittura con la legge attuale (poiché se non si ha una casa con l'agibilità non si può neanche presentare la domanda, come capita nella nostra città anche a tutte le famiglie che abitano nei campi nomadi autorizzati, tutte prive di idoneità abitativa certificabile).


E' vero che l'ingresso in casa potrebbe alimentare alcuni piccoli conflitti con i vicini, ma sicuramente risolverebbe il problema della contrapposizione di interi quartieri (se non intere città) contro i campi nomadi. Tutti potrebbero guadagnarci dal superamento degli attuali insediamenti e questo, forse, contribuirebbe all'attenuazione delle tensioni anti-Rom.


Ovviamente il tema della casa non basta a risolvere tutti i problemi dei Rom ma, ne siamo certi, affronta quello più importante, spesso all'origine degli insuccessi nel lavoro e nell'istruzione.

COME SUPERARE I CAMPI NOMADI

Per politiche abitative non differenziate

I campi nomadi abusivi non possono essere superati con i campi nomadi autorizzati, le "microaree", i "villaggi residenziali", i cubi, i dadi o altre soluzioni stravaganti pensate solo per noi, comunque le si chiami.

 

E' l'idea stessa della soluzione abitativa differenziata, che ribadisce le barriere che sfociano in difficoltà di dialogo o conflitti con i territori.


Il degrado e la miseria dei campi nomadi autorizzati e dei villaggi è di pochissimo inferiore a quello dei campi abusivi. E da quei posti non è mai venuto fuori un giovane che abbia studiato, le condizioni igieniche sono spaventose e spesso le relazioni umane sono dettate dai violenti.

 

Occorrono politiche più coraggiose per l'accesso alla casa e ad un futuro di uguali opportunità per tutti, finalizzando a questi scopi la gran parte delle risorse specificatamente dedicate ai Rom dall'Unione Europea e dallo Stato. 

 

Romà, na te besam maj but ande kampura, trubul amen te astaram amarò trajo sar sa e manushà.

8 APRILE

IN NOME OMEN – CHIAMATECI ROM

L'8 aprile si celebra in tutto il mondo il "Romano Dives", la Giornata internazionale della nazione Rom, in ricordo di quell'8 aprile del 1971 quando a Londra si riunì il primo Congresso internazionale del popolo Rom e si costituì la Romani Union, la prima organizzazione mondiale dei Rom riconosciuta dall'ONU.

 

Il Congresso Mondiale dei Rom (I.R.U. - International Romanì Union) oggi è un’organizzazione non governativa riconosciuta come componente del Consiglio d’Europa dal 1972, come ente consultivo dell’UNESCO nel 1979, come ONG dall’UNICEF nel 1986, come ente consultivo dall’ONU nel 1993.

 

In quel congresso si stabilì la denominazione ufficiale “Rom”, letteralmente “uomo” o “popolo degli uomini”, che comprendeva di tutti i gruppi variamente denominati e presenti nel mondo (Sinti, Manouches, Kalderash, Lovara, Romanìchéls, Vlax, Domari, Nawar, ecc..). Durante il congresso si scelse come inno nazionale "Djelem Djelem", composto nel 1969 da Zarko Jovanovic, e la bandiera Romanì, una ruota indiana rossa su sfondo per metà verde, a simboleggiare la terra coperta d'erba, e per metà azzurra, a simboleggiare gli spazi infiniti del cielo.

 

Ma ancora oggi i termini utilizzati per indicare le nostre comunità sono altri, in genere con connotazioni negative o imprecise.

 

Nel corso della storia, i termini “Zingari / Zigeuner / Tzigani / Cigani / Zigani / Atsiganoi”, “Gypsy / Gitanos” e simili sono stati attribuiti a diversi gruppi umani di origini molto diverse e, a volte, senza alcuna relazione tra loro (una setta religiosa, cristiani in fuga dall’Egitto o dal “Piccolo Egitto”, alcuni gruppi di Rom, comunità nomadi, gruppi di predoni, vagabondi senza fissa dimora, ecc.). Queste denominazioni hanno assunto in tutte le lingue una forte connotazione dispregiativa ed oggi sono utilizzate solo più per indicare le nostre comunità.

 

La denominazione “nomadi” è invece sostanzialmente imprecisa poiché solo una minima parte delle nostre comunità, essendo quasi tutti noi stanziali da molti secoli in tutti i paesi europei. I recenti fenomeni migratori che ci riguardano sono difatti riconducibili, come per la maggior parte degli immigrati, a necessità economiche o alla fuga da situazioni di guerra o violenza.

 

Oramai tutte le comunicazioni ufficiali degli organismi internazionali utilizzano la denominazione “Rom” quando sono riferite alle nostre comunità, così come le autorità nazionali e, più lentamente, quelle locali. In ogni caso tutti noi, da sempre e in tutti i paesi del mondo, ci autodefiniamo “Rom” (pur facendo seguire tale nome dalle specifiche denominazioni dei tanti gruppi nei quali si articolano le nostre popolazioni).

 

Superare gli stereotipi riconducibili agli stili di vita “nomadi” o “zingari” è oggi uno dei compiti più importanti per le comunità Rom, per influenzare le scelte di governo che ci riguardano, a partire dagli standard abitativi, che finora ci hanno segregato nei “campi nomadi”, fino alle politiche d'inclusione scolastica e lavorativa.

 

L'8 Aprile ha quindi un valore ed un significato che vanno oltre il semplice ricordo, poiché sollecita la nostra coscienza e il nostro impegno per essere parti attive di questa società.

27 GENNAIO - GIORNO DELLA MEMORIA

Per il ricordo di tutte le vittime nel Giorno della Memoria

La Repubblica Italiana riconosce il 27 gennaio, giorno dell'abbattimento dei cancelli di Auschwitz, "Giorno della Memoria", al fine di ricordare la Shoah, le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subito la deportazione, la prigionia, la morte, nonchè coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti ai progetti di sterminio, ed a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati.

 

Tra le vittime delle persecuzioni del secondo conflitto mondiale ci sono gli oltre 500.000 Rom uccisi in tutta Europa.

 

I Rom di tutto il mondo ricordano con il termine Porrajmos (in lingua Romanì "Devastazione" o "Gran divoramento") o Samudaripen ("Massacro", "Uccisione di tutti") il tentativo del regime nazista e dei suoi alleati di sterminare la popolazione romanì durante la seconda guerra mondiale.

IDEA ROM

Il punto informativo con la voce dei Rom

al GIOVEDI'

dalle 10 alle 12

 

Centro di Aggregazione Culturale - via Cavagnolo 7, 10156 Torino

 

mezzi pubblici 50, 51, 51/, 4

 

Informazioni, Orientamento ed Opportunità su

Casa, Lavoro, Scuola e Diritti

 

Info e appuntamenti: www.idearom.it - idea.rom@gmail.com

 

Le attività dello sportello sono realizzate con il contributo della Provincia di Torino ed il patrocinio della Circoscrizione 6 del Comune di Torino. L'iniziativa è promossa in collaborazione con le associazioni ManaManà e Officina Informatica Libera.

CEDAW COMMITTEE

Committee on the Elimination of Discrimination against Women

49th session (11 - 29 July 2011) New York

Idea Rom Torino, ERRC Budapest ed Opera Nomadi Reggio Calabria hanno presentato alla commissione CEDAW dell'ONU di luglio 2011 a New York il rapporto ombra sulla condizione delle donne Rom in Italia.

 

Link:

http://www2.ohchr.org/english/bodies/cedaw/cedaws49.htm

 

http://www2.ohchr.org/english/bodies/cedaw/docs/ngos/JointNGOReport_Italy49.pdf

 

http://www.errc.org/cms/upload/file/italy-cedaw-submission-24-june-2011.pdf

 

LINK ALLE RACCOMANDAZIONI DELLA COMMISSIONE CEDAW

 

 

8 APRILE

Giornata Internazionale del popolo Rom

L'8 di aprile si celebra il "Romano Dives", la Giornata Internazionale del popolo Rom, in ricordo del primo congresso mondiale dei Rom svoltosi a Londra nel 1971.


Quel congresso stabilì, come denominazione ufficiale della nazione Romanì il nome “Rom”, letteralmente “uomo” o “popolo degli uomini”, inclusivo di tutti i gruppi variamente denominati e presenti nel mondo (Sinti, Manouches, Kalderash, Lovara, Romanìchéls, Vlax, Domari, Nawar, ecc..). Quel giorno si scelse come inno nazionale "Djelem Djelem", composto nel 1969 da Zarko Jovanovic, e la bandiera Romanì, una ruota indiana rossa su sfondo per metà verde, a simboleggiare la terra coperta d'erba, e per metà azzurra, a simboleggiare gli spazi infiniti del cielo.


In quel congresso si costituì la Romanì Union, la prima organizzazione mondiale dei Rom riconosciuta dall'ONU nel 1979.

A distanza di 40 anni da quel giorno crediamo necessario un momento di riflessione sul tema del diritto alla casaperché è la questione decisiva sulla quale si gioca la partita dei diritti dei Rom nel nostro Paese.

E’ ancora forte il pregiudizio in base al quale i Rom si rifiutano di vivere nelle case perché vogliono vivere nei campi. Quella dei campi o, così come vengono definiti ufficialmente, dei "villaggi attrezzati", rappresenta un'anomalia tutta italiana. Ma i Rom non vogliono abitare nei campi e spesso sono le autorità che, in base ai "piani di emergenza nomadi", li spingono a vivere in questi luoghi. Spesso, poi, accade che i Rom siano costretti a vivere in insediamenti abusivi, all'interno di baracche improvvisate, a causa delle difficoltà nell’accesso a misure alloggiative adeguate, come per esempio le case popolari.

Così come per gli altri cittadini, anche i Rom, dunque, vorrebbero un'abitazione "normale".

Le associazioni Rom di Torino Idea Rom e Romanè pala Tetehara credono fermamente che sia arrivato il momento di offrire risposte abitative adeguate ai diritti delle proprie comunità, che facciano superare la logica "indecorosa" dei campi e che, allo stesso tempo, restituiscano dignità alla coscienza collettiva del nostro Paese.

In linea con queste aspirazioni, il Comune di Torino ha recentemente approvato un ordine del giorno per riconoscere e far propria la ricorrenza dell'8 aprile, “impegnandosi a diffonderne il valore e il significato alle istituzioni e alla cittadinanza attraverso tutti i mezzi a sua disposizione” e ricordando che “tale giornata è un momento importante per il popolo Rom e per l'umanità intera che può dirsi civile soltanto se a tutti i popoli è riconosciuta la pari dignità”. L’impegno dell’amministrazione comunale è per “Vegliare affinché questa parità venga fattivamente realizzata e non rimanga un mero proclama, avviando politiche attive anche per il superamento della ghettizzazione nei campi, per il contrasto di ogni forma di xenofobia e per il miglioramento della coesione e dell'inclusione sociale”.

Alla Regione Piemonte un mese fa Idea Rom e la Federazione Romanì nazionale hanno presentato una proposta di legge per il superamento della logica dei campi nomadi.

 

Su questo link la dichiarazione della Segretaria di Stato USA Hillary Clinton sulla Giornata Internazionale dei Rom:

http://www.state.gov/secretary/rm/2011/04/160299.htm


COMUNE DI TORINO, MOZIONE SULLA CULTURA ROM

Per difendere la cultura Rom e contrastare la discriminazione

Il giorno 08 aprile si celebra il Romano Dives, la Giornata internazionale del popolo Rom, in ricordo del primo congresso mondiale dei Rom svoltosi a Londra nel 1971.
In vista della ricorrenza, la Sala Rossa ha approvato una mozione che impegna l’amministrazione comunale a favorire la divulgazione della cultura dei rom e sinti e ad operare per il superamento della ghettizzazione nei campi, contrastando ogni forma di xenofobia e favorendo il miglioramento dell’inclusione sociale.
Il provvedimento ha ottenuto 20 voti a favore, 4 astensioni e 2 voti contrari.

Torino, 3 Marzo 2011

 

(notizia diffusa dall'Ufficio Stampa del Consiglio Comunale di Torino)

 

Link all'ordine del giorno:

http://www.comune.torino.it/delibere/2009/2009_02060.html

 

AAA - VOLONTARI CERCASI

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