Nazione Rom - Romanì Nacija

Note di storia e cultura Romanì

IN NOME OMEN

Il nostro nome è ROM

Come noto, alcune delle denominazioni utilizzate per indicare le comunità Sinte e Rom hanno connotazioni negative o imprecise.

 

Nel corso della storia, i termini “Zingaro/Zigeuner/Tzigano/Zigani/Atsiganoi”, “Gypsy/Gitanos” e simili sono stati attribuiti dalla gente di diversi paesi a diversi gruppi umani di origini molto diverse e senza alcuna relazione tra loro (una setta religiosa, cristiani in fuga dall’Egitto o dal “Piccolo Egitto”, alcuni gruppi di Rom, comunità nomadi, gruppi di predoni, vagabondi senza fissa dimora, ecc.). Queste parole, oramai utilizzate solo più per indicare le nostre popolazioni, hanno assunto in tutte le lingue una forte connotazione dispregiativa.

 

La denominazione “nomadi” è invece sostanzialmente imprecisa ed è indicata solo per una minima parte delle nostre comunità, essendo quasi tutti noi stanziali da molti secoli in tutti i paesi europei. I recenti fenomeni migratori che ci riguardano sono difatti riconducibili, come per la maggior parte degli immigrati, a necessità economiche o alla fuga da situazioni di guerra o violenza.

 

Nel 1° raduno del 1971 a Orpington - Chelsfield, nei pressi di Londra, il Congresso Mondiale dei Rom ha stabilito come denominazione ufficiale della nostra nazione il nome “Rom”, letteralmente “uomo” o “popolo degli uomini”, inclusivo di tutti i gruppi variamente denominati e presenti nel mondo (Sinti, Manouches, Kalderash, Lovara, Romanìchéls, Vlax, Domari, Nawar, ecc..). Il giorno in cui si svolse il congresso, l'8 aprile, divenne la giornata internazionale dei Rom festeggiata in tutto il mondo. Durante il congresso si scelse come inno nazionale "Djelem Djelem", composto nel 1969 da Zarko Jovanovic, e la bandiera Romanì, una ruota indiana rossa su sfondo per metà verde, a simboleggiare la terra coperta d'erba, e per metà azzurra, a simboleggiare gli spazi infiniti del cielo.

 

Il Congresso Mondiale dei Rom (I.R.U. - International Romanì Union) è un’organizzazione non governativa riconosciuta come componente del Consiglio d’Europa dal 1972,  come ente consultivo dell’UNESCO nel  1979, come ONG dall’UNICEF nel 1986, come ente consultivo dall’ONU nel 1993.

 

Oramai tutte le comunicazioni ufficiali degli organismi internazionali utilizzano la denominazione “Rom” quando sono riferite alle nostre comunità. In ogni caso tutti noi, da sempre e in tutti I paesi del mondo, ci autodefiniamo “Rom” (pur facendo seguire tale nome dalle specifiche denominazioni dei tanti gruppi nei quali si articolano le nostre popolazioni).

 

DJELEM DJELEM

ll testo dell'inno internazionale Rom

 

L'inno internazionale dei Rom è stato reinterpretato in tantissime versioni in tutto il mondo, dalle più tradizionali a quelle sentimentali, quasi a costituire una sorta di colonna sonora a cui affidare pensieri, sofferenze e sentimenti.

Qui di seguito la versione originale di Zarko Jovanovic (in grassetto) intercalata da strofe attinte da altre diffuse versioni (in stampatello maiuscolo):

 

Djelem, djelem, lungone dromenca

Maladilem baxtale Romenca

Aj Romale, katar tumen aven

E Čahrenca baxtale dromencaE CAHRENCA BOKHALE ČHAVENCA

 

Aj, Romale, Aj, Čavale,
Aj, Romale, Aj, Čavale.


Vi-man sas u bari familija
Mudardala e kali legija.

 

SAREN ČINDAS VI ROMEN VI ROMNJEN
MAŠKAR LENDE VI CIKNE ČHAVOREN


PUTAR DEVLA E KALE VUDARA
TE ŠAJ DIKHAV MURI FAMILIJA
PALE KAM DŽAV LUNGONE DROMENCA
THAJ KAM PHIRAV BAHTALE ROMENCA


OPRE ROMA ISI BAHT AKANA
AVEN MANCA SA LUMJAKE ROMA
O KALO MUJ THAJ E KALE JAKHA
KAMAVA LEN SAR E KALE DRAKHA

 

Aven manca sa e lumiake Roma
Kai putaile e Romane droma
Ake vrjama - usti Rom akana
Me xutasa misto kaj kerasa.


Aj, Romale, Aj Čavale,
Aj, Romale, Aj Čavale!

 

Eccone la traduzione:

 

Andando, andando, lungo le strade

ho incontrato Rom felici

Oh uomini da dove venite?

Con le tende sulle strade fortunate? / Con le tende e i bambini affamati?

 

Oh uomini! Oh bambini!

Oh uomini! Oh bambini!

 

Avevo una famiglia numerosa,

me l’hanno sterminata quelli della legione nera


Tutti sgozzati, uomini e donne,

in mezzo a loro c’erano piccoli bambini

 

Aprimi Padre celeste le nere porte

che io possa rivedere la mia famiglia.

Un’altra volta andrò per le strade

e andrò girando con i Rom felici.


Oh uomini! Oh bambini!

Oh uomini! Oh bambini!

 

Alzatevi Rom (uomini liberi)

è arrivato il momento, venite con me

e con tutti gli uomini liberi del mondo.

Labbra nere e occhi neri

io amavo come l’uva nera

 

Saranno con noi tutti gli spiriti

e ci indicheranno la strada dei Rom

E' arrivato il momento - alzatevi Rom, adesso

Loro ci aiuteranno a fare bene

 

Oh uomini! Oh bambini!

Oh uomini! Oh bambini!

 

Se vuoi ascoltarlo nelle versioni più diffuse:

 

Zarko Jovanovic (Serbia)

 

Saban Bajramovic (Serbia)

 

Esma Redzepova (Macedonia)


Muharem Serbesovki (Macedonia)


Sofi Marinova (Bulgaria)


Olivera Katarina (Serbia)

Janeczka (Polonia)

Coro dei bambini di Gracanice (Serbia)

Orchestra di strada ad Odessa (Ukraina)

Coro scolastico a Pecs (Ungheria)

Orchestra Europea per la Pace e l'Alexian Group (Italia)

Dzej Ramadanovski (Serbia)

Zuzi Zu Zumreta (Russia)

Nicoleta Voica (Romania)

 

Questa non è Djelem Djelem, ma potrebbe assomigliarle il giorno in cui sarà rielaborata e intepretata anche dai Rom in India:

Parno Graszt (Rom balcanici in India)


ROM, DA SEMPRE PERSEGUITATI

Breve cronistoria delle persecuzioni nel nord Italia

di Alessandro Marzo Magno

 

Anche prima dell’invenzione delle campagne elettorali c’era chi voleva cacciare via i Rom. Nella Milano del Cinque-Seicento sembra che provocassero una specie di fobia collettiva, tanto da far varare una legge che stabiliva l’impunità per chiunque li avesse ammazzati e si fosse impadronito dei loro beni. Non è che se la cavassero tanto meglio da altre parti d’Italia, ma in nessun luogo come nel ducato milanese si varavano provvedimenti tanto duri. E tanto inutili. Visto che si è andati avanti per due secoli a inasprire le pene senza raggiungere il risultato voluto. 

 

Nessuno faceva le campagne elettorali su di loro – anche perché le elezioni non erano ancora state inventate – ma i Rom invece c’erano e già c’era anche chi voleva cacciarli via. Nella Milano del Cinque-Seicento sembra che i Rom provocassero una specie di fobia collettiva, tanto da far varare una legge («grida», in quel tempo, come ci ricordava Alessandro Manzoni) che stabiliva l’impunità per chiunque li avesse ammazzati e si fosse impadronito dei loro beni. Non che negli altri Stati italiani volessero bene ai nomadi (li bandiscono da Roma e anche la Serenissima non vede l’ora di mandarli a vogare nelle galee), ma in nessun luogo come nel ducato milanese si varavano provvedimenti tanto duri (che però non servivano a niente, visto che si è andati avanti per due secoli a inasprire le pene senza raggiungere il risultato voluto).

 

I Rom penetrano in Europa occidentale nel XV secolo, spinti dalla conquista turca dei Balcani. Nei primi anni sono guardati con un misto di curiosità benevolenza, sentimenti che poi lasciano il passo alla ripulsa e all’odio. I primi a espellere i Rom sono gli svizzeri di Lucerna, nel 1471; a ruota, seguono tutti gli altri. «È finito quel brevissimo lasso di tempo in cui lo zingaro, esotico e misterioso, incuriosiva la gente e commuoveva con la sua triste storia di pellegrino: inizia ora la caccia allo zingaro ladro, pigro e imbroglione», scrive Giorgio Viaggio nel suo Storia dei Rom in Italia.

 

Va subito chiarita una cosa: gli aspetti che più colpiscono negativamente le popolazioni di allora non sono tanto l’accattonaggio e la mendicità, quanto il fatto che siano considerati “oziosi”, ovvero che non abbiano alcuna intenzione di cambiare stile di vita. Nelle società di antico regime chiedere l’elemosina non era un’attività così disdicevole: il buon cristiano aveva il dovere di aiutare i bisognosi, mentre esistevano confraternite e gilde di mendicanti, e l’accattonaggio era un’attività regolata, con tanto di concessioni di licenze e divieto di mendicare per chi non fosse residente. A mano a mano che si sviluppa la filantropia, cresce il disprezzo per chi non si vuole sottrarre alla condizione di presunta inferiorità, la repulsione verso gli “oziosi”, come li chiamavano al tempo. L’ozio, si sa, è il padre dei vizi. È sempre meno otium latino, ovvero lo stato di grazia che permette alla mente di partorire i suoi frutti migliori, e si avvicina sempre più all’accidia, cioè a uno dei sette peccati capitali.

 

I Rom rappresentano tutto ciò: sono gli estranei che portano il male. La loro persecuzione comincia, forse niente affatto casualmente, in anni e luoghi vicini alla persecuzione antiebraica, e continuerà nei secoli, fino agli Untermenschen dei nazisti.

 

I primi Rom arrivano a Milano a fine Quattrocento, quando il duca Gian Galeazzo Sforza ne accoglie benevolmente un gruppo, capeggiato dal «conte del piccolo Egitto» (spessissimo i Rom erano indicati come «egiziani» perché si pensava fossero originari del Nordafrica). Ma già il suo successore, Ludovico il Moro, vara un decreto con cui ordina ai Rom di allontanarsi dal territorio compreso tra i fiumi Po e Adda, minacciando di morte i disobbedienti. Si tratta di uno dei provvedimenti più severi del tempo, giustificato dal crescente numero di nomadi sul territorio milanese e dall’aumento di «furti e delitti». Alla morte dello Sforza, nel 1498, il ducato passa sotto la dominazione francese e anche gli Orleans confermano le politiche di espulsione: la grida del 23 aprile 1506 si occupa dei Rom dal punto di vista sanitario, affermando che con il loro nomadismo potrebbero favorire la diffusione della peste (il cosiddetto «cordone sanitario» consisteva in un blocco delle città in modo da impedire a chiunque di entrarvi e diffondere il contagio), ma già nel dicembre successivo si prendono provvedimenti più drastici, stabilendo che i Rom debbano partire entro quattro giorni, pena la frusta, mentre gli osti che li ospitassero sarebbero puniti con un’ammenda di venticinque ducati.

 

Ma è con gli spagnoli che i provvedimenti antiRom a Milano diventano una vera e propria ossessione, tanto che si arriverà a una sessantina di grida sul tema. Il che, in un paio di secoli, fa una media di una legge ogni poco più di tre anni, con un crescendo di pene talmente esagerato da rivelarne l’assoluta inefficacia. Con il duca di Terra Nova (1568) e con Carlo d’Aragona (1587) inizia la repressione vera e propria, con la condanna a cinque anni di remo per gli uomini e alla «pubblica frusta» per le donne; nel decreto del 1587 si parla di «cingheri, gente pessima, infame, data solo alle rapine, ai furti e ogni sorte di mali». Una grida del 1605 comanda invece che nessuna «persona, ancora privilegiata o feudataria, ardisca alloggiare, dare ricetto, aiuto o favorire in alcun modo a detti cingari».

 

Nel 1624 in una legge contro le delinquenza comune i Rom vengono definiti i più pericolosi tra i malfattori e si dichiara lecito derubarli delle loro cose, senza tener conto di permessi e licenze da essi posseduti (spesso avevano autorizzazioni all’accattonaggio e al girovagare emesse in Germania). Inoltre si intima il divieto di frequentarli. Evidentemente le autorità del ducato di Milano non riescono a fare nulla di concreto contro i nomadi, visto che autorizzano la giustizia fai da te: nel 1657 si concede alle popolazioni di riunirsi al suono della campane a martello «e perseguitare detti cingari prenderli e consignarli prigioni». Non si riesce a farli star buoni? E allora che non entrino nemmeno: il 15 marzo 1663 una grida vieta l’accesso ai Rom nel ducato, pena sette anni di galera agli uomini e alle donne di essere pubblicamente frustate e mutilate di un orecchio (la pena della galera non significa andare in prigione, significa diventare «forzati da remo» a bordo delle unità militari della flotta – galee o galere – da cui il termine è passato poi a indicare le carceri). Trent’anni dopo, nell’agosto 1693, è prevista l’impiccagione immediata per i Rom che fossero trovati nel territorio milanese.

 

Di più: qualunque cittadino ha diritto di «ammazzarli impune» e poi di «levar loro ogni sorta di robbe, bestiami denari che gli trovasse», in regime di esenzione fiscale, «senza che s’habbia a interessare il regio fisco». Come in guerra, insomma: si ha diritto di ammazzare e di far bottino dei beni del nemico ucciso. «Parecchi di loro, specialmente donne, vennero abbruciati», scrive Francesco Predari, bibliotecario della Braidense, in Origine e vicende dei Rom, pubblicato nel 1841. Bisognerà attendere Maria Teresa d’Austria perché alla politica degli ammazzamenti si sostituisca quella, meno violenta, ma egualmente illiberale, dell’assimilazione forzata. Comunque la secolare lotta intrapresa dal ducato di Milano contro i Rom non ha portato a nulla, sono sempre riusciti a evitare le conseguenze peggiori e continuare a permanere nel territorio. 

LO STERMINIO DIMENTICATO

Le persecuzioni razziali inflitte ai Rom dai nazisti

1890
Organizzato in Germania uno speciale congresso sul tema Zigeunergeschmeiss ("la schiuma zingara"). Le forze militari vengono ufficialmente autorizzate a regolare i movimenti dei Rom.


1899
Viene istituita a Monaco di Baviera la Zigeunerpolizeistelle, un ufficio di polizia con specifici compiti di controllo sui Roma. Il corpo nasce in seguito ad un’esplicita richiesta del “Servizio informazioni sugli Zingari”, creato, nello stesso anno, dal funzionario statale Alfred Dilmann, per lo sviluppo di apposite ricerche sulla comunità Rom e Sinta.


1909
Un’apposita conferenza dedicata "al problema zingaro" decide di marchiare a caldo tutti i Rom e Sinti tedeschi per una più facile identificazione.


1920
Karl Binding ed Alfred Hoche, introducono la nozione "delle vite indegne di vita" suggerendo la sterilizzazione e l’eliminazione dell’intera comunità Rom e Sinta. Questa nozione verrà eletta a fondamento delle teorie sulla razza del nazismo del 1933.


1922
Tutti i Rom presenti in territorio tedesco devono essere fotografati e rilasciare le proprie impronte digitali.


16 luglio 1926

In Baviera l’Ufficio Centrale per la lotta alla piaga zingara vara legge numero 17 detta "Zigeuner- und Arbeitsscheuengesetz" (Legge contro zingari e renitenti al lavoro). Un provvedimento che, oltre ad impedire l'accesso in territorio tedesco, creava una sorta di ghettizzazione per tutti quei Rom e Sinti già presenti in Baviera. Un’imposizione che si conforma come una palese violazione dei termini della costituzione di Weimar.


1927
In Baviera vengono sviluppati i primi "campi speciali" per incarcerare “gli zingari”. Ottomila Rom e Sinti verranno reclusi in questi autentici protocampi di concentramento.


1928
Tutti i Rom sono posti sotto sorveglianza permanente della polizia. Il professor Hans Gunther pubblica un documento in cui sostiene che gli zingari "hanno introdotto l'anima straniera in Europa". Aumenta il numero dei "campi speciali".


1930
Avviate le procedure di sterilizzazione per tutti i Rom e Sinti della Germania.


1933
Il Nazismo introduce una legge per legalizzare la sterilizzazione postulata dai dettami dell’eugenetica. Un provvedimento adottato per prevenire il dilagare di "zingari e la maggior parte dei tedeschi di colore nero".


1934
Consolidati i metodi di schedatura, sterilizzazione e deportazione principalmente verso campi di concentramento di Dachau, Dieselstrasse, Sachsenhausen. Due leggi pubblicate durante quest’anno proibiscono ai tedeschi di sposarsi con "ebrei, zingari e negri".


1935
Promulgate le Leggi di Norimberga. Secondo tale provvedimento “gli zingari” devono essere perseguiti a protezione dell'anima e dell'onore tedesco. L' unione con la gente bianca è rigorosamente proibita.


1938
Tobias Portschy pubblica "Die Zigeunerfrage", fondamento ideologico dello sterminio “zingaro”.


12-18 giugno 1938

Si svolge la Zigeuneraufraumungswoche (“la settimana di pulizia dagli zingari"). Centinaia di Rom e Sinti in Germania ed Austria sono arrestati, malmenati ed imprigionati. Himmler predispone che determinati Rom e Sinti siano mantenuti in vita alla stregua di "monumenti storico-antropologici" affinchè li si possa nel tempo studiare. Raccomandazione mai rispettata.


8 dicembre 1938

Heinrich Himmler emana un decreto fondamentale nella storia dello sterminio Rom. Il provvedimento, il cosiddetto Zigeunererlass, riguarderà, per la prima volta, esclusivamente la "razza zingara", suddivisa in “zingari” nazionali e stranieri. Mentre per questi ultimi veniva espressamente vietato l’ingresso in territorio tedesco, per i primi diventava possibile, attraverso una lunga serie di acrobazie burocratiche, ottenere documenti e carte d’identità.


1939
Reinhard Heidrich, per ordine di Adolf Hitler, vara il cosiddetto "editto di insediamento", in base al quale tutti gli “zingari” vengono obbligati a risiedere in campi di abitazione, appositi quartieri-ghetto collocati nelle periferie cittadine.


7 ottobre 1939

Himmler riceve il titolo di Commissario del Reich per il rafforzamento della nazione tedesca. Di sua piena competenza diventano i trasferimenti delle popolazioni "indesiderate".


1940
La prima massiccia azione genocidale dell'Olocausto avviene in gennaio quando 250 bambini Rom e Sinti sono usati come cavie per esaminare gli effetti del cristallo del cianuro al campo di concentramento di Buchenwald.

La prima deportazione "ufficiale", espressamente richiesta dal Reich avviene il giorno 27 aprile quando, seguendo una direttiva del decreto VB n.94/40, si disponeva il trasferimento forzato degli “zingari” in stirpi chiuse nel cosiddetto Governatorato generale della Polonia occupata.


26 maggio 1940

Viene aperto il campo di concentramento di Auschwitz: il più grande campo del Reich.


1941
I Rom e Sinti sono le prime popolazioni cui viene espressamente proibito di prestare servizio nell' esercito.


31 luglio 1941

Heydrich, capo dell’ufficio principale di sicurezza di Reich, mette in moto la macchina dell’Endlosung, la soluzione finale per uccidere tutti gli ebrei, gli “zingari” ed i malati di mente. Comincia l'Olocausto.


24 dicembre 1941

Ottocento Rom e Sinti sono assassinati in un'azione nella notte in Crimea.


16 dicembre 1942

Himmler emana il cosiddetto Auschwitzerlass; un atto che prescriveva il totale internamento nel campo di Auschwitz degli “zingari” senza alcuna considerazione in merito alla loro presunta o effettiva "purezza razziale".


1° agosto 1944

Quattromila Rom e Sinti sono gassati ed inceneriti a Auschwitz-Birkenau durante l’azione ricordata come Zigeunernacht.


1945
Con la fine della guerra, la popolazione Rom annientata dai nazisti oscillerà tra il 70% e l'80% . Nessun Rom o Sinto è stato chiamato a testimoniare durante il processo di Norimberga e, di conseguenza, nessuna riparazione è stata riconosciuta ai Rom e Sinti come vittime dell’olocausto.

 

SAINTES MARIES DE LA MER

La leggenda di Sara, la santa protettrice dei Rom

Saintes Maries de la mer, è in Camargue (nella Francia meridionale) e il 24 e 25 maggio verrà festeggiata Santa Sara… la protettrice di tutti i Rom del mondo… festa di abiti sgargianti, musiche gitane, bianchi cavalli, corride e tanto altro... Ogni anno si riuniscono in questa cittadina Rom, Manouche e Kalè (i cosiddetti "Gitani") per celebrare tutti insieme la loro santa patrona, alternando momenti di profonda credenza e fede a momenti di vera festa e giubilo con canti, balli e danze. L’occasione per incontrare e conoscere meglio il “Popolo del Vento” è partecipare al Pélerinage des Saintes (Pellegrinaggio delle Sante) durante la festa per Sara la Nera, protettrice dei Rom. Il 24 maggio, la statua, addobbata con mantelli e vestiti di seta, viene portata a spalla dai Rom attraverso le vie della città fino all’arenile, dove viene immersa per tre volte nel mare, per ottenere la benedizione, seguita dai tutti i presenti e accompagnata dal grido di “Vive les Saintes Maries” contrapposto al grido “Vive la Sainte Sarah”. Il corteo è preceduto da Guardians a cavallo (i butteri della Camargue).

I Rom e la Festa di Sara
Afferma la tradizione che all’alba della nostra era una fragile imbarcazione venuta dalla Terra Santa si arenò sulle rive della Camargue. Non tutto il piccolo popolo di profughi si disperse però nell’interno: due sante, Maria Salomé e Maria Jacobé, si fermarono nel luogo dell’approdo e ad esse la città deve il suo nome. Una tradizione antica, il cui fascino perdura in mille testimonianze, prima fra tutte la splendida chiesa di Nostra Signora del Mare, che delle due Marie conserva le spoglie. Anche della vita di Sara la Nera, che i Rom hanno eletto loro protettrice, si sa poco: la leggenda racconta appunto che le due Marie, una sorella della Vergine e l’altra madre degli apostoli Giacomo e Giovanni, furono abbandonate al largo delle coste della Palestina su una barca senza vele, senza remi e senza viveri. Le salvò Sara, giovane egiziana dalla pelle scura, loro serva: gettato il mantello nell’acqua, questo, per miracolo, si trasformò in barca, permettendo a Sara di guidare il gruppo di esuli in Camargue. Qui i compagni si divisero per evangelizzare questa terra, mentre le due Marie rimasero sul posto insieme a Sara, che per poterle aiutare mendicò. Il culto delle Sante fu consacrato nel 1448 per volontà di Re Renato, mentre Sara invece non fu mai riconosciuta Santa dalla Chiesa cattolica e, forse per via delle sue origini umili, per il colore della pelle o perché mendicava, divenne la protettrice dei Rom che ogni anno, il 24 maggio, si radunano a Saintes Maries de la Mer per festeggiarla.

Questa è la leggenda, ed è dentro di essa che la grandissima festa trova la sua infinita energia spirituale. I Rom venerano la statua di Sara la Nera con crescente misticismo: la baciano, la vestono, la toccano, la incoronano, la acclamano fino a portarla a spalle fuori dalla cripta, accompagnandola in processione fino al mare, dove la immergono tre volte, per purificarla. Dicono infatti che, dopo averla toccata e ritoccata per un anno intero, la statua si carichi di energia negativa, visto che la maggior parte di quelli che si recano da lei ha problemi da risolvere: l’acqua quindi scarica questa sorta di forza contraria e tutto ricomincia. La processione si riversa per le viuzze del paese e i devoti si dirigono verso la spiaggia per assistere al momento solenne della cerimonia: le donne sono vestite come tante madonne e in riva al mare i musicisti intonano le loro struggenti melodie.

Il 25 è invece il turno delle due Marie: dopo la cerimonia in chiesa e la discesa dei reliquiari, la barca su cui troneggiano le statue delle Sante viene scortata dai pellegrini e dai Guardians, i cavalieri camarguesi. La meta è la stessa, il mare, a ricordare il giorno in cui le Sante approdarono su quelle rive: i portatori entrano in acqua e il vescovo, a bordo di una barca di pescatori, benedice il paese e i pellegrini. La processione risale allora verso la chiesa, dove brillano ancora le centinaia di ceri accesi dai devoti. Alla sera canti e danze si svolgono in ogni luogo e bastano un paio di chitarre per creare un’atmosfera carica e particolare

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